Avvocati penalisti, i partigiani del diritto. Considerazioni tra il serio ed il faceto

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L’avvocato penalista è un partigiano del diritto? Assolutamente sì! Ho rubato questa espressione dalla collega Debora Zagami quando, alla fine di un’udienza in cui eravamo codifensori dello stesso imputato, con difficoltà ma con tenacia abbiamo fatto valere i diritti dell’imputato che sarebbero stati violati senza una pronta e competente opposizione rispetto ad una attività che il collegio giudicante voleva svolgere.

Per Partigiano, che letteralmente significa “soggetto di parte”, si intende un soggetto che appartiene ad un movimento di resistenza. Nella storia italiana il Partigiano evoca il periodo della resistenza (1943-1945)  inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo caratterizzato dalla resistenza all’occupazione nazifascista. Senza voler ovviamente arrivare a tanto, la resistenza a cui faccio riferimento è rispetto all’egemonia e al potere di cui sono titolari i magistrati in questo determinato periodo storico.

Infatti, se fino a ieri, nel bene e nel male si erano standardizzati alcuni processi logici e procedurali, la riforma Cartabia ha di fatto “mischiato le carte” e la magistratura (in generale) sta utilizzando (anche in modo inconsapevole) questa fase transitoria per dimostrare la sua forza e per imporsi all’interno di un sistema che dovrebbe essere caratterizzato da un bilanciamento di forze: da un lato la magistratura, dall’altro gli avvocati penalisti.

Sommario

Il processo penale come il calcio?

I presupposti per gli operatori del diritto penale e della procedura penale sono le leggi che sono a loro volta il frutto delle scelte politiche del legislatore nelle quali non entriamo nel merito. Lo svolgimento del processo è paragonabile (con un pochino di fantasia) al calcio nel quale la federazione stabilisce le regole ed i giocatori le devono rispettare. Le squadre sono da una parte gli avvocati penalisti, dall’altra la magistratura inquirente, mentre l’arbitro è rappresentato dal giudice ed il VAR è la Corte Suprema di Cassazione.

La partita nasce già sbilanciata in quanto una squadra, quella della magistratura inquirente appartiene alla stessa categoria dell’arbitro (il giudice). Da qui infatti la necessità e la richiesta che va avanti da molti decenni della separazione delle carriere tra i due organi.

In questa fase transitoria, determinata dall’introduzione della riforma Cartabia, dove mancano riferimenti giurisprudenziali della Corte Suprema di Cassazione, la magistratura (sia quella inquirente che giudicante) interpreta alcune nuove norme a suo vantaggio o comunque in modo alquanto discutibile. (Leggi qui sull’interpretazione in merito alla tardività del deposito da parte del Procuratore Generale delle proprie conclusioni scritte; oppure sull’interpretazione dell’art. 601 comma 3 c.p.p. sui termini dell’avviso dell’udienza in appello). Purtroppo, trova dall’altra parte una squadra che raramente prova ad alzare la testa per far valere le proprie interpretazioni e quei principi di diritto che non dovrebbero mai essere interpretati diversamente. Vorrei solo precisare che il non entrare in contestazione con il “sistema” non significa fare male il proprio lavoro, colui che lo fa compie qualche cosa in più rispetto all’ordinario.

I partigiani del diritto

Per fortuna non tutto è perduto. Esiste una parte dell’avvocatura penale, i partigiani del diritto appunto, che non si abbatte e non demorde di fronte a quelle interpretazioni che vengono ritenute delle ingiustizie. È solo grazie a loro che spesso si ottengono risultati tanto importanti quanto inaspettati. Nel diritto e nella procedura penale, non esiste un vincitore e un vinto. Le norme penali sono a tutela della collettività e la procedura penale è un sistema di norme che regolano il processo accusatorio.

La loro interpretazione deve sempre esser mirata ai principi ispiratori del modello accusatorio. Troppo spesso e per una serie infinita di motivazioni (tra cui molto spesso si trovano motivazioni legate ad una carenza di personale, carichi di lavoro esasperati, scarsa competenza tecnologica ecc. ecc.) questi principi vengono violati o travisati. È qui che deve intervenire il partigiano del diritto nel cercare sempre e comunque di far imporre e far rispettare le regole del gioco senza che queste, per futili motivi, possano essere non rispettati dagli altri componenti del processo.

Perché non abbassare mai la testa.

Questo lavoro ovviamente ha molte soddisfazioni ma le delusioni sono decisamente superiori e spesso ti viene voglia di mollare tutto perché quello che hai fatto ti sembra un lavoro inutile. Ma di fatto non è così. Ogni piccolo tentativo di far rispettare le regole è utile e necessario. È il ruolo dell’avvocato penalista. Infatti a dispetto di quello che si pensa, ovvero che si vince solo quando si ottiene l’assoluzione, il ruolo del penalista è quello di far emergere vizi, inesattezze, incongruenze e inadeguatezze della tesi accusatoria. Il tutto per dare al Giudice una visione completa della verità giudiziaria che è stata portata alla sua attenzione.

Sulla base di questa verità il Giudice dovrà decidere non solo sull’eventuale responsabilità penale dell’imputato (assoluzione o condanna), ma anche della quantificazione della eventuale pena, della concessione di benefici ecc.. In una aula di tribunale penale, la vittoria si ottiene quando è stata fatta giustizia. Questa si può avere:

  • in caso di assoluzione: quando evidentemente il soggetto è incolpato erroneamente (questo si può arrivare a definirlo solo a conclusione del processo);
  • in caso di condanna: quando la condanna è proporzionata al disvalore del fatto commesso-

La conclusione.

Fare sempre al meglio il proprio lavoro e non abbattersi mai di fronte alle difficoltà!! Viva i partigiani del diritto e Ad Maiora!

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